La rottamazione dei tributi locali torna al centro del dibattito fiscale con nuovi emendamenti al Decreto Fiscale 2026.
I Comuni potrebbero avere più tempo e strumenti per sanare vecchi crediti, ma nulla è ancora definitivo. Tutto dipende dalla conversione in legge entro fine maggio. Ecco cosa sta cambiando davvero.

L’evoluzione della rottamazione-quinquies, il ruolo dei Comuni, il coinvolgimento dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione e le nuove scadenze sono elementi che stanno ridefinendo il quadro della fiscalità locale.
Rottamazione tributi locali: cosa cambia con gli emendamenti al DL Fiscale 2026
La normativa vigente, introdotta dalla Legge di Bilancio 2026, consente a Regioni, Province e Comuni di attivare in autonomia una definizione agevolata dei tributi locali. Tuttavia, il sistema presenta un limite rilevante: le cartelle affidate all’Agenzia delle Entrate-Riscossione restano escluse, perché soggette alla disciplina nazionale della rottamazione-quinquies.
Questo vincolo ha ridotto l’efficacia della misura soprattutto nelle grandi città, dove gran parte della riscossione coattiva di IMU e TARI passa proprio attraverso l’AdER.
Per superare questa criticità, l’ANCI ha avanzato una proposta durante le audizioni al Senato: estendere il coinvolgimento dell’AdER anche ai tributi locali, prevedendo un contributo per le spese di gestione. Questa proposta è confluita in uno degli emendamenti ora in discussione.
Gli emendamenti depositati introducono due possibili scenari. Il primo consente ai Comuni di deliberare l’adesione alla rottamazione entro il 30 settembre 2026, includendo i crediti maturati tra il 2000 e il 2023. Il secondo, di matrice ANCI, anticipa il termine al 31 luglio 2026 ma punta a uniformare le procedure a livello nazionale, affidando la gestione all’Agenzia delle Entrate-Riscossione.
In entrambi i casi, la scelta resta facoltativa: ogni Comune dovrà valutare l’impatto sui propri conti, considerando anche il fondo crediti di dubbia esigibilità.
Il perimetro dei tributi sanabili appare ampio. Rientrano l’IMU per la quota comunale, la TARI e la TASI pregressa, comprese le posizioni non ancora accertate formalmente. La misura potrebbe estendersi anche alle sanzioni amministrative e alle multe stradali di competenza comunale, oltre alle entrate patrimoniali come canoni e altri crediti non tributari.
Restano invece esclusi i crediti derivanti da sentenze della Corte dei Conti, le addizionali erariali e, salvo modifiche definitive, i carichi già affidati all’AdER.
Dal punto di vista operativo, il meccanismo ricalca quello della rottamazione-quinquies statale: il contribuente paga l’importo originario senza sanzioni né interessi, mentre resta dovuta la quota capitale. Per le sanzioni amministrative, si ipotizza una riduzione anche degli oneri di riscossione.
Un elemento particolarmente rilevante riguarda la rateizzazione. Gli emendamenti prevedono la possibilità di diluire il pagamento fino a nove anni, con 54 rate bimestrali di pari importo, in linea con quanto già stabilito dalla normativa vigente.
Sul piano pratico, un contribuente con debiti TARI accumulati negli anni potrebbe aderire alla definizione agevolata nel caso in cui il proprio Comune approvi la delibera, pagando solo il dovuto senza le maggiorazioni. Tuttavia, se il debito è già stato affidato all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, l’accesso dipenderà dall’eventuale approvazione dell’emendamento ANCI.
I tempi restano stretti. Il Decreto Fiscale n. 38/2026 dovrà essere convertito in legge entro il 26 maggio 2026. Entro quella data, il Parlamento deciderà se ampliare davvero la rottamazione dei tributi locali oppure mantenere l’impianto attuale.
Nel frattempo, resta valida la disciplina già prevista dalla Legge di Bilancio 2026 per i Comuni che hanno scelto di attivare autonomamente la definizione agevolata. Il cantiere normativo, però, è ancora aperto e potrebbe riservare novità decisive per contribuenti ed enti locali.





