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Criptovalute: la Cassazione ora ti può far finire nei guai! Se non dichiari, rischi un’accusa penale

Pubblicato da
Gerardo Marciano

Paolo, Andrea e Simona hanno scelto strade diverse per i loro investimenti. Paolo si è buttato sulle criptovalute, Andrea ha preferito i titoli di Stato, mentre Simona investe in azioni.

A prima vista, sembrano solo tre metodi diversi per cercare di far crescere i propri risparmi, ma c’è un aspetto cruciale che li distingue: la tassazione sui guadagni.

Criptovalute: la Cassazione ora ti può far finire nei guai!-crypto.it

Andrea paga il 12,5% sul capital gain, grazie alla tassazione agevolata sui titoli di Stato. Simona invece paga il 26% sulle azioni, come previsto per la maggior parte degli investimenti finanziari. E Paolo? Qui le cose si complicano. Perché il fisco italiano ha delle regole particolari per le criptovalute, e non dichiararle potrebbe trasformarsi in un problema ben più serio di una semplice multa.

E proprio la Cassazione, con una sentenza recente, ha chiarito quando l’omessa dichiarazione delle criptovalute può addirittura diventare un reato. Ma cosa significa tutto questo per Paolo e per chi, come lui, ha deciso di investire in Bitcoin & co.?

Tassazione e nuove regole sulle criptovalute

Per chi investe in Bitcoin, Ethereum o altre criptovalute, la domanda più comune è: quanto si paga di tasse? E la risposta non è così immediata. A differenza delle azioni o dei titoli di Stato, le criptovalute non sono considerate strumenti finanziari tradizionali, ma valute virtuali.

Tassazione e nuove regole sulle criptovalute-crypto.it

La normativa italiana prevede che i guadagni derivanti da operazioni con criptovalute siano soggetti a capital gain al 26%. Tuttavia, a partire dal 2026, l’aliquota salirà al 33%, come stabilito dalla Legge di Bilancio 2025.

Esiste però un’opzione alternativa per chi vuole ridurre l’impatto fiscale. È possibile optare per un’imposta sostitutiva del 18% sul valore delle criptovalute detenute al 1° gennaio dell’anno fiscale di riferimento, evitando così la tassazione sulle plusvalenze future. Chi sceglie questa opzione dovrà versare l’importo entro la scadenza stabilita, ma potrà evitare di pagare il 33% sulle plusvalenze future.

Cosa rischi se non dichiari le criptovalute?

La Cassazione ha stabilito che non indicare i proventi derivanti da criptovalute nella dichiarazione dei redditi può configurare il reato di dichiarazione infedele, previsto dall’articolo 4 del D.Lgs. 74/2000. Questo accade quando si superano le soglie di punibilità stabilite dalla legge, che oggi ammontano a 50.000 euro di imposta evasa o 2 milioni di imponibile non dichiarato.

Facciamo un esempio concreto con Paolo. Se Paolo ha comprato Bitcoin e ha realizzato una plusvalenza di 60.000 euro senza dichiararla, superando così il limite di imponibile di 2 milioni di euro, allora potrebbe essere perseguito penalmente. Non si tratta più solo di una sanzione amministrativa, ma di un reato che può portare a conseguenze molto più serie.

E c’è di più. La Corte ha chiarito che le criptovalute, pur non essendo valute legali, hanno un valore economico e, se convertite in euro, generano redditi imponibili. Di conseguenza, chi non le dichiara potrebbe ritrovarsi nei guai con il fisco.

Un commercialista esperto in criptovalute può aiutarti a gestire al meglio la dichiarazione e a evitare brutte sorprese. Investire in Bitcoin e criptovalute può essere un’opportunità interessante, ma la gestione fiscale non va sottovalutata. Il caso di Paolo mostra come un’errata interpretazione delle norme possa trasformare un semplice investimento in un problema serio con il fisco.

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