Una circolare INPS cambia le regole del gioco per migliaia di professionisti: per la prima volta diventa possibile spostare i contributi dalle Casse private alla Gestione Separata. Una svolta che incide su costi, pensione futura e scelte previdenziali. Capire come funziona oggi è decisivo per non sbagliare domani.
L’INPS, con una nuova presa di posizione ufficiale, apre una strada rimasta chiusa per oltre vent’anni. Al centro c’è la ricongiunzione dei contributi professionali, un tema che riguarda avvocati, ingegneri, architetti e tutti i lavoratori iscritti alle Casse previdenziali private.

La novità non è solo tecnica: cambia il modo di pianificare la pensione, il ruolo della Gestione Separata e il peso economico delle scelte previdenziali.
Contributi dalle Casse private all’INPS: perché questa circolare segna un cambio di rotta
Con la circolare INPS n. 15/2026, pubblicata il 9 febbraio 2026, cade un divieto che per anni ha bloccato i professionisti iscritti alle Casse private. L’Istituto recepisce gli orientamenti della Cassazione e ammette la ricongiunzione in entrata, cioè il trasferimento dei contributi maturati presso Casse come Inarcassa o Cassa Forense verso la Gestione Separata INPS.
Fino a oggi, questa possibilità risultava preclusa: chi aveva carriere miste doveva ricorrere a strumenti alternativi come il cumulo o la totalizzazione, mantenendo i contributi frammentati tra enti diversi. Ora il professionista può concentrare tutto in un’unica gestione, con l’INPS come solo soggetto erogatore della pensione.
La novità riguarda esclusivamente la direzione del trasferimento. Le regole della ricongiunzione in uscita, dall’INPS verso le Casse professionali, restano quelle già previste dalla legge 45 del 1990. È quindi sul fronte opposto che si consuma la svolta.
La ricongiunzione consente di spostare tutti i contributi previdenziali in un’unica gestione, accentrando la posizione assicurativa. A differenza del cumulo gratuito, l’operazione comporta il pagamento di un onere di ricongiunzione, perché il trasferimento modifica il montante contributivo e l’importo finale dell’assegno pensionistico.
La domanda deve riguardare tutti i contributi versati nelle diverse gestioni coinvolte. La normativa non ammette ricongiunzioni parziali ed esclude i periodi che hanno già dato luogo a una pensione.
Il nodo centrale è temporale. Possono essere ricongiunti solo i contributi successivi al 1° aprile 1996, data di nascita della Gestione Separata. Questo vincolo, combinato con il divieto di ricongiunzione parziale, diventa decisivo per l’accesso alla misura.
Chi può davvero trasferire i contributi alla Gestione Separata
La circolare chiarisce che rientrano nella nuova disciplina i professionisti che hanno versamenti esclusivamente post 1996 in tutte le gestioni coinvolte. In questi casi, la ricongiunzione risulta ammessa e la pensione resta interamente calcolata con il sistema contributivo. Al contrario, basta la presenza di contributi anteriori al 1996 in una sola delle gestioni per bloccare l’intera operazione. La regola è rigida e non lascia margini interpretativi.
Un esempio aiuta a capire l’impatto pratico. Un professionista iscritto alla Gestione Separata dal 2005 e alla propria Cassa di categoria dal 2022 può chiedere la ricongiunzione, perché tutti i periodi rientrano nell’arco temporale ammesso. Diversa la situazione di chi ha iniziato a versare alla Cassa nel 1995 e all’INPS nel 1999: la presenza di contributi anteriori al 1996 rende impossibile il trasferimento, anche se i versamenti più recenti rispettano i requisiti.
Il punto più delicato riguarda il calcolo dell’onere di ricongiunzione. L’INPS applica un meccanismo a percentuale che tiene conto della posizione assicurativa più recente del lavoratore.
La base di calcolo coincide con la retribuzione assoggettata a contribuzione nei dodici mesi meno remoti rispetto alla data della domanda, cioè quelli più vicini temporalmente. Rilevano tutte le retribuzioni percepite, anche se non collegate alla Gestione Separata, entro i massimali annui previsti.
Su questa base si applica l’aliquota contributiva vigente per i collaboratori, pari al 33%. Dall’importo così ottenuto si sottrae il valore dei contributi che la Cassa professionale trasferisce materialmente all’INPS. La differenza rappresenta l’onere che il professionista deve versare di tasca propria per completare la ricongiunzione.
Pensione INPS dopo la ricongiunzione: decorrenza e calcolo
Una volta trasferiti, i contributi mantengono la loro collocazione temporale originaria. È come se fossero stati versati sin dall’inizio alla Gestione Separata. Il montante contributivo si determina applicando l’aliquota in vigore nell’anno di presentazione della domanda, mentre la rivalutazione decorre da quel momento. La pensione resta integralmente contributiva e la decorrenza non può essere anteriore al primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda di ricongiunzione.
Le nuove regole non valgono solo per le richieste future. La circolare estende l’applicazione anche alle domande già presentate e rimaste pendenti prima del 9 febbraio 2026, sanando una situazione di incertezza che durava da anni.
Questa apertura dell’INPS segna una tappa cruciale per i professionisti con carriere frammentate. Non è una scelta automatica né sempre conveniente, ma da oggi esiste un’opzione in più. E nel sistema previdenziale italiano, anche una sola opzione può fare la differenza tra una pensione subita e una pensione pianificata.





