Bonus Casa 2026: basta una mancata comunicazione per perdere migliaia di euro di detrazioni

Bonus Casa 2026: basta una mancata comunicazione per le detrazioni sulle ristrutturazioni condominiali. Non è un errore di calcolo né un controllo successivo: il rischio nasce prima, nella fase di trasmissione dei dati. Chi non si attiva per tempo potrebbe ritrovarsi con una detrazione ridotta senza nemmeno accorgersene.

Il Bonus Casa, pilastro delle politiche fiscali legate alla ristrutturazione edilizia, cambia pelle e lo fa in modo silenzioso ma incisivo. Dal 2026 il meccanismo delle detrazioni fiscali per i lavori sulle parti comuni condominiali diventa più selettivo e, soprattutto, meno automatico.

Bonus casa 2026
Bonus Casa 2026: basta una mancata comunicazione per perdere migliaia di euro di detrazioni (Crypto.it)

Il nodo riguarda la detrazione del 50%, che non scatta più in modo naturale, ma dipende da un’informazione che il singolo condòmino deve fornire attivamente all’amministratore. Una svista, un silenzio o un ritardo possono tradursi in una detrazione ridotta al 36%, con effetti concreti sul portafoglio.

Bonus Casa e comunicazioni condominiali: perché dal 2026 cambia tutto

Il punto di svolta è fissato in una data precisa: 16 marzo 2026. Entro questo termine, gli amministratori di condominio devono trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati delle spese sostenute nel 2025 per gli interventi sulle parti comuni. La procedura, già nota negli anni precedenti, viene però arricchita da un nuovo elemento decisivo: la destinazione d’uso dell’unità immobiliare.

Questo dato serve a stabilire se l’immobile rappresenti o meno l’abitazione principale del soggetto che sostiene la spesa, condizione indispensabile per accedere alla detrazione del 50% negli anni 2025 e 2026. L’amministratore, tuttavia, non può dedurre né presumere questa informazione. Se il condòmino non la comunica in modo formale, il professionista deve lasciare il campo vuoto nella comunicazione fiscale.

La conseguenza è tutt’altro che neutra. Un campo non compilato equivale, nella pratica, a una detrazione non riconosciuta automaticamente nella precompilata. Il sistema non “premia” il silenzio e non verifica d’ufficio la residenza: semplicemente applica l’aliquota più bassa o costringe il contribuente a intervenire manualmente sulla propria dichiarazione dei redditi.

Il cambiamento si intreccia con la revisione dei codici identificativi dei beneficiari. Per le spese sostenute dal 1° gennaio 2025, il nuovo assetto distingue in modo netto tra titolari di diritti reali di godimento, come proprietari e usufruttuari, e titolari di diritti personali, come inquilini, comodatari o familiari conviventi. Solo i primi, e solo se l’immobile è adibito ad abitazione principale, possono accedere alla detrazione massima. Tutti gli altri restano ancorati a percentuali più basse, che nel tempo tendono ulteriormente a ridursi.

Un caso pratico chiarisce l’impatto della norma. Un proprietario che vive stabilmente nell’appartamento condominiale oggetto di lavori, ma non comunica nulla all’amministratore, si ritrova con una precompilata incompleta. Per recuperare il 50% dovrà modificare il modello 730 o il modello Redditi PF, inserire i dati corretti e conservare la documentazione. In questo passaggio perde però uno dei vantaggi principali della precompilata: la protezione dai controlli automatici.

Il paradosso è evidente: il diritto alla detrazione esiste, ma diventa più difficile da esercitare.

La residenza anagrafica, da sola, non basta più. Il diritto tributario ammette che la dimora abituale non coincida sempre con la residenza formale, come nel caso di lavoratori fuori sede o studenti. In queste situazioni, solo una dichiarazione sostitutiva può attestare correttamente l’uso dell’immobile. L’amministratore non può assumersi la responsabilità di interpretare i dati dell’anagrafe condominiale e, in assenza di comunicazioni esplicite, agisce legittimamente in modo prudenziale.

Il risultato è un sistema che trasferisce il peso dell’errore sul contribuente. Il Bonus Casa resta uno strumento rilevante, ma diventa anche un test di attenzione burocratica. Dal 2026, non basta più aver diritto alla detrazione: bisogna dimostrarlo, dirlo per tempo e dirlo nel modo giusto. In caso contrario, il rischio non è una sanzione, ma qualcosa di più subdolo: pagare più imposte senza accorgersene.

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