Il prezzo del caffè al bar continua a salire, mettendo sotto pressione i consumatori e l’intera filiera. Tra aumenti delle materie prime, cambiamenti nei consumi domestici e disparità territoriali, la tazzina rischia di diventare un lusso quotidiano da 2 €.
Nel corso degli ultimi mesi il caro caffè è tornato al centro del dibattito pubblico. Il prezzo medio della tazzina ha subito un progressivo incremento in tutta Italia, trainato da fattori globali e locali. L’impatto delle tensioni geopolitiche, delle speculazioni sul mercato delle commodity e dei rincari energetici si riflette sia sul caffè servito al bar sia su quello destinato al consumo domestico, dove le cialde e le macchinette automatiche hanno superato la moka tradizionale.

Mentre i consumatori faticano ad assorbire i rincari, anche le torrefazioni italiane, storicamente protagoniste nel mondo, denunciano margini in calo. Un’analisi dell’Unione Nazionale Consumatori rivela un aumento del prezzo medio del caffè dell’8,3 % su base annua, con punte anche superiori al 10 % in alcune aree urbane.
Domanda globale, filiera sotto pressione e nuove abitudini
Il primo elemento che incide sul prezzo del caffè è il contesto internazionale. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Caffè (ICO), negli ultimi dodici mesi il prezzo del caffè arabica è salito di oltre il 20 % a causa delle condizioni climatiche sfavorevoli in Brasile e Colombia, che hanno ridotto l’offerta globale. A ciò si aggiunge l’aumento dei costi di trasporto e logistica, aggravato da eventi geopolitici e da ondate speculative sulle materie prime.

In Italia, la tazzina al bar ha risentito di questi fattori in modo diretto. L’ultimo report di Confcommercio mostra come in media un espresso sia passato da 1,14 € nel 2022 a 1,23 € nel 2025, con incrementi maggiori nelle grandi città. Tuttavia, la trasformazione più silenziosa ma strutturale riguarda il consumo domestico. Oggi, secondo dati Nielsen, oltre il 65 % delle famiglie italiane utilizza cialde o capsule, a discapito della moka tradizionale. Questo ha modificato l’intera filiera, aumentando la dipendenza dalle importazioni di caffè pre-dosato e dagli apparecchi compatibili, prodotti spesso da multinazionali estere. Anche i prezzi medi delle capsule hanno registrato aumenti del 7–9 % nell’ultimo anno, complice anche il rincaro di alluminio e plastica.
Le città più care: mappa dei rincari e differenze territoriali
A rendere ancora più evidente l’effetto del caro caffè è la mappa dei prezzi a livello locale. Secondo un’indagine condotta da UNC, il record spetta a Bolzano, dove il prezzo medio supera ormai 1,35 €. Seguono Trento (1,33 €), Padova (1,32 €), Treviso (1,31 €), Milano e Bologna (entrambe sopra 1,30 €), tutte città del Nord.
Al contrario, in diverse aree del Sud Italia si registrano ancora prezzi medi sotto 1,20 €. A Catanzaro, Napoli e Reggio Calabria la tazzina costa tra 1,10 € e 1,15 €, ma anche in questi territori i rincari annuali superano l’8 %. Rispetto al 2022, il prezzo medio nazionale della tazzina è salito del 7,9 %.
Infine, l’allarme lanciato da Federconsumatori sottolinea come il prezzo del caffè possa superare i 2 € entro la fine del 2025 se non si interviene sulle dinamiche di filiera e distribuzione. Gli aumenti generalizzati, se confermati, potrebbero cambiare definitivamente il rapporto tra italiani e uno dei riti quotidiani più radicati nella cultura nazionale.