Il 2026 si apre con un nuovo capitolo del risiko bancario italiano, tra indiscrezioni, equilibri politici e grandi manovre finanziarie. Unicredit torna al centro della scena con un’ipotesi che potrebbe ridisegnare il sistema bancario e assicurativo nazionale. MPS, dopo anni difficili, riemerge come pedina strategica. E dietro le quinte si muovono governo, grandi soci e capitali miliardari.
Nei primi giorni del nuovo anno il risiko bancario, le fusioni bancarie e il futuro del sistema finanziario italiano tornano a occupare il dibattito economico.
Le voci su un possibile interesse di Unicredit per MPS, le strategie di Andrea Orcel, il ruolo dello Stato e le manovre su Generali e Mediobanca alimentano uno scenario complesso, dove nulla appare casuale. In gioco non c’è solo una banca, ma l’assetto stesso del credito e dell’assicurazione in Italia, tra capitalizzazione, CET1, governance e controllo degli asset chiave.
Il 2026 sembra proseguire sulla scia del 2025, con il settore bancario italiano attraversato da continue operazioni straordinarie. Al centro delle indiscrezioni si colloca Banca Monte dei Paschi di Siena, storica istituzione risanata dopo una lunga stagione di crisi. Secondo le ricostruzioni di mercato, Unicredit potrebbe entrare nel capitale di MPS rilevando la quota del 17,5% detenuta da Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, formatasi dopo la fusione con Mediobanca. Ai prezzi di Borsa attuali, l’operazione vale poco meno di 5 miliardi di euro, una cifra sostenibile per il gruppo guidato da Andrea Orcel.
Dal gennaio 2021, quando il consiglio di amministrazione lo ha nominato amministratore delegato, Orcel ha trasformato Piazza Gae Aulenti in una delle storie di successo del credito europeo. In quasi cinque anni le azioni Unicredit hanno registrato una crescita dell’840%, portando la capitalizzazione di mercato oltre i 112,5 miliardi di euro. Con capitale in eccesso stimato in diversi miliardi, l’istituto milanese potrebbe muoversi senza particolari tensioni finanziarie.
Dal punto di vista industriale, l’operazione appare coerente. MPS presenta un CET1 del 16,9% al 30 settembre, mentre Unicredit viaggia al 14,76%. L’integrazione rafforzerebbe il capitale primario del gruppo e creerebbe il primo polo bancario italiano, superando Intesa Sanpaolo per dimensioni e peso sistemico.
Nel 2025 il governo Meloni ha bloccato l’operazione su Banco BPM attraverso il golden power, mostrando una linea interventista nella difesa degli asset strategici. Lo stesso atteggiamento potrebbe emergere anche su MPS, di cui lo Stato detiene ancora il 4,8% del capitale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato l’intenzione di valutare l’uscita definitiva del Tesoro, ma senza fretta, lasciando aperti diversi scenari.
Negli ultimi mesi l’esecutivo ha dimostrato di voler orientare il risiko finanziario, favorendo l’asse Mediobanca-Generali per contrastare l’operazione Natixis e limitare l’ingresso della finanza francese nei risparmi italiani. In questo contesto, un ingresso di Unicredit in MPS potrebbe rientrare in una strategia più ampia di riequilibrio del sistema.
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