Il titolo Eni scivola con forza a Piazza Affari e riporta al centro una questione che va ben oltre il semplice andamento del petrolio. Il crollo delle azioni del cane a sei zampe accende i riflettori su un rischio geopolitico preciso, spesso sottovalutato dagli investitori, che oggi pesa più dei grafici e delle medie mobili. Il Venezuela torna a essere il nodo critico da osservare con attenzione.
Le azioni Eni finiscono sotto pressione e interrompono bruscamente il trend rialzista costruito tra la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno. A gennaio, il titolo scende con decisione sotto quota 16 euro, allarga le perdite nel corso della seduta e chiude sul fondo del Ftse Mib, registrando un calo vicino al 4% e riportando il bilancio mensile in territorio negativo.
Il movimento non riguarda solo l’analisi tecnica né può essere spiegato con semplici prese di profitto. Dietro il ribasso si intrecciano prezzo del petrolio, scelte geopolitiche degli Stati Uniti e una forte esposizione di Eni in Venezuela, che oggi spaventa il mercato più di ogni altro fattore.
Il primo elemento che spiega la debolezza del titolo riguarda l’intero comparto energetico. A Piazza Affari anche Saipem e Tenaris mostrano ribassi marcati, segnale di un sentiment negativo generalizzato sulle azioni legate al petrolio. Il motivo emerge chiaramente dall’andamento delle materie prime: il Brent scende in area 60 dollari al barile, mentre il WTI arretra fino a 56,44 dollari, segnando un calo giornaliero significativo.
Il ribasso del greggio nasce da un improvviso aumento delle aspettative sull’offerta globale. L’annuncio di Donald Trump sull’immissione sul mercato di 30–50 milioni di barili di petrolio venezuelano, bloccati da anni a causa delle sanzioni, cambia l’equilibrio tra domanda e offerta e raffredda immediatamente le quotazioni. Più petrolio disponibile significa prezzi più bassi, margini sotto pressione e valutazioni in calo per l’intero settore.
Se il calo del petrolio colpisce tutto il comparto, il motivo per cui Eni fa peggio degli altri si trova nella sua esposizione diretta al Venezuela. Il gruppo italiano opera nel Paese sudamericano e da tempo vanta crediti miliardari nei confronti di Caracas, legati alle forniture di greggio e alle attività con la compagnia statale Pdvsa. Con l’inasprimento della crisi politica e l’uscita di scena di Maduro, il rischio di non recuperare queste somme cresce in modo sensibile.
Il mercato teme che Eni possa trovarsi a dover svalutare fino a 3 miliardi di dollari di crediti, una cifra che incide in modo concreto sulle prospettive finanziarie del gruppo. Questo elemento spiega perché sul titolo si concentrino le vendite e perché il ribasso risulti più violento rispetto ad altri nomi del settore petrolifero.
La situazione venezuelana penalizza in modo asimmetrico le compagnie europee. L’embargo contro Caracas resta di fatto pienamente operativo per i gruppi non statunitensi, mentre alcune major americane hanno ottenuto deroghe operative. Colossi come Chevron hanno potuto riprendere la produzione e incassare i proventi del petrolio, beneficiando di un trattamento di favore nel nuovo corso politico statunitense.
Eni, al contrario, senza un via libera esplicito del Dipartimento del Tesoro Usa, non può incassare i ricavi del greggio prodotto in Venezuela e venduto a Pdvsa. Questo squilibrio competitivo aumenta l’incertezza sul recupero dei crediti e riduce la visibilità sui flussi di cassa futuri, alimentando il pessimismo degli investitori.
Il crollo delle azioni Eni non nasce da un singolo evento, ma dall’intersezione tra prezzo del petrolio, scelte geopolitiche statunitensi e rischio Paese. Il grafico segnala la rottura di livelli chiave, ma il mercato guarda soprattutto ai fondamentali e alla capacità del gruppo di gestire una delle esposizioni internazionali più delicate del momento.
Finché resterà aperto il dossier Venezuela, il titolo continuerà a muoversi sotto il peso dell’incertezza. Gli investitori sanno che il problema non riguarda solo il breve termine, ma tocca la solidità dei crediti, la parità competitiva con le compagnie Usa e il ruolo di Eni in uno scenario geopolitico che cambia rapidamente. È questo mix, più del semplice andamento del greggio, a spiegare perché il cane a sei zampe oggi corre più degli altri verso il basso.
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